venerdì 22 novembre 2019

Siamo tutti un pò Cimbri

La copertina del nuovo libro, un saggio in forma di racconto
Tra Vicenza e Verona un millennio fa si insediò quel popolo dei boschi che con riti, tradizioni, laboriosità ha concorso a creare il Veneto di oggi.
E' un' impresa ardita quella contenuta nel volume "Cimbri. Vicende, cultura, folclore", 304 pagine, che riporta in libreria Umberto Matino. L'idea è quella di raccontare un altro Veneto, uscendo dall'autoreferenzialità della Repubblica Serenissima, dominatrice del Mediterraneo: un Veneto di terraferma che guarda al Nord e all'Ovest d'Europa, lungo le vie d'oltralpe. Ma Matino, scrittore dopo trascorsi da dirigente d'azienda oggi in pensione, doveva anche regolare i conti con i suoi lettori - sono decine di migliaia - che lo hanno seguito nella fortunata trilogia de "La valle dell'orco", "L'ultima anguana" e "Tutto è notte nera", gialli ambientati nelle valli pedemontane. Per Biblioteca dell'Immagine, che lo pubblica dal 2007, ha anche firmato lo scorso anno "I Rossi", thriller dove collega la natale Schio con la nascita dell'industria dell'automobile e si spinge in Germania. Ed ecco ora il nuovo lavoro che sembra rispondere alle domande di chi gli chiedeva come e dove reperire informazioni su quei Cimbri da sempre evocati, abitanti di un Veneto ombroso e montanaro che hanno irradiato generazioni e stili di vita sino in pianura. E' ardita l'impresa di Matino perchè non è condotta da storico ma da romanziere, sia pure con tutte le pezze giustificative al loro posto, trovate tra biblioteche e ricerche d'archivio, esattamente come aveva fatto attualizzando la "Storia degli Usococchi", pirati di cui aveva narrato le vicende Paolo Sarpi nel Seicento. La sua tesi - ammesso che il libro abbia anche questo obiettivo - è quella che siamo tutti un po' cimbri e contrariamente a quando è sempre stato narrato non si può circoscrivere la vicenda di questo popolo alle zone altopianesi o della Lessinia, perchè la terra cimbra è molto più ampia fino ad arrivare ai Colli Berici e alla Grezzana veronese. Sono nomi e toponimi a fare testo, in una assenza drammatica di fonti scritte perchè distrutte, anche se la confusione proprio a proposito del concetto di "cimbro" regna sovrana. Una lunga premessa Marino la impone al lettore per spiegare che nulla hanno a che fare i cimbri calati dalla Germania all'inizio del secondo Millennio rispetto a popoli barbari che non hanno lasciato segni tangibili nei secoli "bui" se non «un rimescolamento etnico e linguistico», perchè questa migrazione programmata ebbe la regia di una colonizzazione. Disabitato, poco coltivato, quell'immenso territorio tra Trento, Verona e Vicenza fu il luogo dove l'alleanza di duchi e nobili col potere vescovile si concretizzò nello spostamento di "teutisci" dal Tirolo e dalla Baviera che si sovrapposero e mescolarono a discendenti di Romani, Reti, Euganei, Longobardi. La germanizzazione di una montagna inospitale è documentata da citazioni di "thodeschi" o "alemanni" che si dichiaravano carpentieri, abili nei lavori manuali, "tzimber" o "zimberer" nel loro dialetto. Una semplice e banale assonanza - scrive Matino- ha creato la parola cimbro. La loro era vita di bosco, di caccia alla selvaggina, e in ondate successive al 1050 questi immigrati dopo gli Altopiani di Folgaria e Asiago presero possesso della Val Posina e due secoli dopo della Lessinia spingendosi oltre le valli del Leogra, dell'Agno e del Chiampo. La presenza di vescovi germanici e l'identità coltivata nei borghi dai sacerdoti tedeschi vanno di pari passo al processo di costruzione di una piccola patria - la Spettabile Reggenza dei Sette Comuni nel 1310 va in questo senso - con regole comuni a quelle svizzero-tedesche («Il bene del popolo è il bene della Reggenza. Il bene della Reggenza è il bene del popolo") che andò ben oltre la zona montana. Matino si interroga leggendo i documenti a proposito di contadini tedeschi a Marostica, di alemanni nella vita pubblica di Bassano nel 1175, di "tiatonici" a Valdagno nel 1224, di assegnazioni di 25 campi da bonificare ad ogni famiglia tedesca sulle colline del Tretto nel 1279. E poi ancora di ripopolamento delle contrade di Trissino con la costruzione di 36 masi e di un testo del vescovo Bartolomeo della Scala che nel 1287 diede avvio alla colonizzazione cimbra della Lessinia. Pellegrinaggi e devozioni, la Grande Rogazione, i cumuli dei sassi, i riti dei morti portano le tracce di un mondo che gode di totale autonomia fino al Settecento, quando la Chiesa della Controriforma fa piazza pulita di credenze e ribellioni contadine. Lo sguardo dell'autore si allarga però ad altri temi come lo sfruttamento delle risorse minerarie - argento, caolino - avvenuto con nuova ondate migratorie dalla Germania innestate su questi "nuovi veneti" e una laboriosità che prelude al passaggio dall'artigianato alla prima industrializzazione. Non si sorvola sul ruolo del contrabbando, sulle tecniche costruttive e sull'uso delle lastre in pietra che sono tipiche dell'abitare cimbro, sulle credenze popolari cui appartengono salbanei, anguane e creature fantastiche della tradizione orale.
[© RIPRODUZIONE RISERVATA - Il Giornale di Vicenza - 20 nov 2019 - Nicoletta Martelletto]

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